venerdì 2 settembre 2016

FRANCA PALMIERI - Sei poesie da LA COSCIENZA E LA VANITÀ







Franca Palmieri, Morolo (FR), vive e lavora a Aprilia (LT) dove attualmente insegna e conduce Laboratori di Scrittura Creativa, Poesia e Teatro. Laureata in Pedagogia e diplomata in Fisiopatologia,ha conseguito due Abilitazioni in Materie Letterarie. Ha insegnato in due diversi ordini di scuola: Primaria e Secondaria di primo grado. Ha ricoperto incarichi organizzativi relativamente a Progetti Educativi e Aree Funzionali, quali la Valutazione, l’Antidispersione, la Disabilità, la Continuità e l’Orientamento. Ha pubblicato i libri di poesie: Arabeschi di luce, (2008) e Quando la vita profuma di nuovo, (2013). Finalista in diversi Concorsi Nazionali e Internazionali. Fra le Menzioni di Merito, la più recente al Premio Internazionale Luigi Di Liegro (2014). Fra le diverse antologie, è presente in SignorNò, poesie e scritti contro la guerra (prefazione di Margherita Hack) e ha coordinato l’incontro del grande poeta arabo Naim Araidi con gli studenti della scuola dove attualmente insegna. 







Sei poesie da: “La coscienza e la vanità”, Edizioni SEAM, edizione bilingue, traduzione di Alessandra Bava, 2015 (http://www.seamedizioni.it/prodotto/la-coscienza-e-la-vanita/)







Distanza dell’aria
  

A distanza nell’aria, 
lungo linee bianche solitarie 
seguo il sole al tramonto, 
e m’avvicino a un cielo grigio. 
Ricordo profumi familiari 
antichi suoni in armonia, 
come bisbigli di voci al mattino. 
Cammino in uno spazio 
che il tempo divide e trascina. 
Vorrei raggiungerti 
almeno col pensiero, 
cercarti tra gli aghi di pino 
nel sole d’autunno, 
e raccoglierti tra i rami 
come frutto dorato d’inverno, 
rincorrerti come fossi vento 
con vele d’estate, 
e scoprirti tra fili d’erba 
d’un prato neonato. 
Ritrovarti così come sei 
sorprendente ardito, 
dolce allegro sbarazzino 
tenero delicato: 
innamorato. 





La distrazione


La distrazione 
è sguardo distolto 
parola fuoriposto 
e lontana. 
Delusione cocente 
per un pensiero 
non dedicato, prestato 
soltanto al momento. 
Idea fuorviante 
per imbambolare la mente 
che oltrepassa e dissipa 
i confini della mia sfera. 

Dissapore creato senza motivo 
ascolto e difesa costretti 
immediati e diretti 
per l’attenzione mancata. 
Come cura non data 
una strada traversa 
come il tempo che ritarda 
come persona che manca. 






Giovani sfide 


Giovani sfide 
a capofitto sulla vita 
intrappolate 
in morse d’acciaio. 
Totalmente interrotto 
ogni desiderio di futuro 
fino all’ultimo pensiero d’amore 
improvvisamente risorto. 

Giovani sfide 
distanti dalla vita. 
Rinchiuse 
in stanze irreali. 
Oscurato senza tregua 
ogni respiro 
fino all’ultimo dolente 
richiamo d’amore 
costantemente gridato. 







Mattino 


Il mattino ascolta 
il lieve ticchettio dei miei passi 
sull’asfalto uniforme e scontato. 
Vede la mente lunga sulla strada 
bagnata di pioggia 
d’una primavera delusa e sfinita. 

L’oscuro profumo dei fiori, 
il velo sui colori, 
le auto in corteo spento 
accalcate per le spese, 
circoscritte dal marciapiedi vuoto 
dove un bambino in triciclo 
parla di gelati. 

Sente il vento ostinato tra i capelli, 
il gelo tra le gambe 
imperterrite a seguire 
il cammino dei pensieri 
verso un barlume d’estate.








Nuvole


Quante nuvole 
hanno traversato il mio cielo 
quante cornacchie 
hanno gracchiato 
passandomi accanto! 

Quante volte il sole 
ha tentato un varco. 
Su quanti treni sono salita 
cercandomi 
e quante volte ho ritrovato 
casa senza rimanervi? 

Quante volte ho sentito 
un groppo nello stomaco 
e catturato l’aria senza liberarla! 
Ho provato ad aspettare, 
comprendere, accettare, 
adattarmi a quel che accade. 

Ho provato a cambiare, andare oltre 
come questi uccelli emancipati, 
ma rimango immobile nel desiderio 
di ciò che non accade, 
così tanto imprigionata, 
da non riuscire ancora a volare





La sfida 


La sfida è sempre lì, 
belva in agguato. 
Studia le mosse, 
pronta a colpire. 
Non singhiozzare. 
Ferma le lacrime all’uscita. 
Arrestale 
E liberati.











Qualche nota sulla poesia di Franca Palmieri (di Stefania Battistella

La vita comune sembra un abile mercante di parole, dove i colpevoli siamo noi che abbiamo scelto, in nome della civiltà, di abbandonare ciò che di umano abbiamo, per trasformarci in qualcosa che assomiglia troppo a “Tempi moderni”. Molti si chiedono quale sia il ruolo della poesia, come se fosse lei a governare noi, e questo non possiamo certo negarlo.
Un’altra considerazione, però, la vorrei fare al contrario: qual è il nostro ruolo quando scriviamo una poesia? Liberarci di qualcosa come in catarsi? Dare forma a pensieri ben precisi? Non saprei, so solo che il nostro ruolo, quando scriviamo una poesia, dovrebbe essere quello di far uscire quella linfa umana che possediamo, che non tradisce mai se stessa, che ci definisce uomini e donne ancor prima di umani. Affidiamo alla poesia il compito di farci ricordare il mestiere di essere.
Con una lirica chiara e diretta, Franca Palmieri narra di sé per liberarsi della quotidianità di una vita che appare sempre eguale, e una natura, quasi sempre presente nei versi, che ricorda quella pascoliana o di Prévert, senza sottrarsi allo sguardo tenero, ma anche preoccupato, di chi partecipa con il corpo e l’anima a un mondo che migliori e non sprofondi nell’indifferenza totale e globale. 
Partendo, come spesso accade dal bisogno assoluto d’amore [...]


Stefania Battistella (dalla Prefazione al libro “La coscienza e la vanità”, Edizioni SEAM, 2015)













CONTATTI / CONTACTS
———————————————————
FacebookCaponnetto-Poesiaperta|Facebook  
______________________________________

______________________________________




lunedì 29 agosto 2016

IAGO - Sei poesie da ANCHE LE SCIMMIE ODIANO TARZAN



Ritratto di Iago di Roberto Faccenda


Iago, nome d’acqua Roberto Sannino. Nasce a Roma nel 1968. Incontra la poesia nei pressi dei 40 anni, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente all’attività poetica. Fautore di un fare diretto, attua incontri pubblici di scrittura “intemporanea” volti a favorire un dialogo vivo e dinamico tra persone e scrittura. Renato Zero lo premia nel 2006 (primo classificato al concorso Fonopoli con la poesia Il biancospino).
Ha pubblicato per case editrici non a pagamento: Delirium Tremens (Giulio Perrone), L’Alibi Perfetto e Concerto per carta e inchiostro (Bel-Ami edizioni) La famiglia dello scalzo (Seam) e Anche le scimmie odiano Tarzan (Pellicano). Presente in diverse antologie, come SignorNò, poesie e scritti contro la guerra.
Ha tenuto i seguenti laboratori di scrittura poetica per scuole e istituti privati: Funzione terapeutica della parola scritta. Introduzione alla pratica poetica e Il sentimento artistico di una riconciliazione.
È stato ospite in fiere letterarie (Modena, Pisa, Napoli, Bari) e in rassegne culturali; in qualità di poeta accreditato ha preso parte a “Ottobre in Poesia”, festival internazionale interamente dedicato alla poesia, che ogni anno si svolge a Sassari.
Ha prodotto un ibrido cartaceo Fabian (L’Erudita-Perrone), di racconti brevi legati a poesie derivate. Ha ideato e messo in scena “Beethoven in versi” scrittura in presa diretta su base musicale classica. Dirige, al fianco di Stefania Battistella, la collana di poesia ConVersiAmo dell’associazione culturale Pellicano.


 

Sei poesie da: Anche le scimmie odiano Tarzan”, Pellicano, 2016 (http://www.associazionepellicano.com/libro/anche-le-scimmie-odiano-tarzan-di-iago/)  






Estranei 


I rumori metropolitani uniscono 
in una tranquilla processione sonora 
il bar sempre allo stesso posto, 
la piazza con i proverbi popolari 
e le vicende del mondo 
a compiacere i giudizi 
quasi mai concordi. 
Qualcuno si ferma a leggere i necrologi 
poi va in banca o all’ufficio postale, 
altri portano a spasso i segreti 
almeno per oggi non pesano tanto, 
la prossima gioia accoglierà promesse 
che solo la forza potrà mantenere. 

I giorni devono passare 
secondi ammaestrati 
già sanno come incantare le ore 
i pendolari escono dalla stazione 
la campana ricorda al fedele 
l’inizio della messa. 

Un pettirosso infinito anticipa il tramonto 
stranieri a delimitare un mondo fatto. 






L’incarico 


La terra disconosce sentenze e paure 
non chiede conto delle impronte 
e neanche bada al portamento. 
Pretende solo un ruolo 
utile al proseguimento delle idee, 
ricorda la vana forza del sogno 
rimosso dall’impeto del vero. 

La bocca serve anche per sorridere
andrebbe ribadito al manifesto letterario. 

Ogni impresa vuole una fine 
alla terra ciò non importa 
polvere di pelle sulle braccia del marmo. 







Labbra 


La civiltà 
accresce la nevrosi dei sensibili 
non arrivano segnali 
da questa piazza di ciarlatani in piedi 
un ramo d’ulivo nelle mani 
e la pistola in tasca 
l’impegno del singolo 
non avendo finanze corrotte 
è un bacio di solitudine 
che si può solo accettare. 







Permanenze 


Di alcune circostanze 
rimane qualcosa 
difficile averne chiare le fattezze 
in una strana questione d’armonia 
come se i cuori rimanessero tali 
                         anche dopo la fine, 
un teschio non dimentica 
d’aver avuto gli occhi azzurri. 





Liturgia italiana  


Germogli coniati a dovere
dallo sforzo di cellule attuali
che nulla invidiano ai passati eroi.
La creazione, geniale intromissione
silenzioso programma frainteso
da legioni in frantumi.
Distese cosparse dai freschi simposi
voluti dagli organizzatori cocciuti,
l’umanoide cambia forma
sciamano con il palmare lesto a vendere futuro
nelle corporazioni tirchie.
La bella vita si scrive sulle riviste di cucina
cervelli accorpati su misura
nessuna famiglia educa, pochi figli credono. 

Aploidia asessualità, virus catodici
i padri cercano l’approvazione
fra le odalische della porta accanto,
cala il sipario sui musi lunghi
il sorriso finto muore giovane
fa solo godere le dame dell’est
pagate dall’operosità di formiche redente.
Non senti le grida che vengono dal rogo?
le carni vissute emanano
un lezzo mai santificato
il sangue di Giordano Bruno
non è forse uguale a quello di Cristo?
pareri opinabili nella melma mediocre,
croste di pane in sospensione
sulla brodaglia del rancio.
La nuova divinità si chiama controllo,
innestato negli embrioni
dal medico spergiuro. 

Il rantolo dell’arte è udito
dagli spazzini professionali
dove sono le commissioni?
I santi guardano i ritratti
e si interrogano sulla staticità dei segni.
Hanno rapito la regina degli infanti
madre dei fuoriusciti, dei malvoluti, dei maientrati.
Ingegno e castità, la fede viene
seviziata dai gusti elettrici.
L’aria si compra alla bancarella del colle,
sorrisi ammuffiti da carie nascoste
che decidono le sorti di pacifisti con le armi in pugno.
I pargoli tornano nei villaggi fantasma
mancano genitori attendibili
perché credono ancora d’esser figli.
Chi ama il rischio deride la comodità
ti senti il padrone del mondo?
ottieni dai venditori di sballo
l’anello mancante, vero?
i sensi che hai proiettato nel vuoto
                                           torneranno
allora eviterai di guardarti allo specchio
perché la figura non ti piacerà.
L’estasi
nuova disperazione priva di retaggio sociale
chiedi al poeta rivelato come si fa a morire
annaspando nel proprio sangue
è questo che vuoi?
riflessi di interrogative vomitate male,
la fabbrica delle braccia vende tentacoli
per succhiare l’anima all’eroe
l’onorevole presenza diventa
                              pregevole arroganza.
La bandiera della proibizione
edifica la casa del partito unico,
da sempre esistito e mai conclamato
legalizzando le scorribande dei nuovi servi. 

Domus Aurea. Quiste Furor!
Le coscienze singolari muoiono
le forme del dolo rinascono
zombi dai moderni simulacri.
Alloggi popolari scaldati da fiamme tricolori
abitano schede elettorali in pigiama
utili alla conferma e mai al diniego,
circondate da egocentrici favolisti
da artisti vigliacchi che si arricchiscono
sfruttando l’esuberanza dei gruppi. 
Benessere, paradiso ritrovato.
Coscienza italica, omicidio mai denunciato. 

Guarda oltre la rinuncia
la forza individuale scompare di nuovo,
il futuro migliore
si ottiene da una memoria assente
morendo nell’idea che invita il presente
a sognare la contemporanea vivenza.







Condanna 


La dominazione di una casta 
tortura il mio idioma 
senza proferir parola 
combatto il dolore subìto. 

Percuote con ferri e tizzoni 
vuole i segreti del mio linguaggio. 

Parole create per tempi futuri
non adatte a quest’epoca,
i veri inquisitori non sanno immaginare. 

Rimarrò impassibile 
fissando il boia 
e rassicurando la scure 
la cui fredda lama 
salverà la mia metrica.










Sulla poesia di (e secondo) Iago

           [...]
La poesia, secondo Iago, deve arrivare, contagiare e sopra ogni altra cosa rimanere. Non crede al poeta costruito ma ai forti segnali che, se seguiti con coraggio, introducono in una dimensione di estrema sensibilità, come è successo a lui. La sua è una militanza giornaliera della pratica poetica, ogni giorno scrive poesie e lo fa di getto, istintivamente, senza correzioni. L’approccio con il foglio avviene quando la poesia è già stata pensata e vissuta e non esiste prevalenza di temi, perché a decidere è solo quello che lui giornalmente assorbe dal vivere. La poesia di Iago è frutto di quotidiana osservazione della vita, che ha però un preciso scopo ultra-quotidiano. 
L’ultima pubblicazione di Iago porta il titolo Anche le scimmie odiano Tarzan, 2016: una raccolta di poesie che ancora una volta mirano a scuotere le coscienze, perché oggi, nel nome di interessi di parte, di ritorni ideologici e di algoritmi politici, è venuta meno la Riconoscenza ed è così che il Tarzan eroe generoso vive unicamente nel sogno, mentre il Tarzan reale viene condannato dalle stesse animalità che aveva cercato di proteggere. 
Quando un poeta prende la parola deve scuotere, incidere, scarnificare, afferma Iago. 
In questo senso, l’uomo-poeta Iago si fa scienziato, medico: incide le pagine con il bisturi della Parola, dopo che il suo “vedere e sentire” (essenziale presupposto per scrivere versi) hanno scarnificato risvolti di realtà “non buoni, non belli”, moralmente deleteri. I suoi versi compatti, densi, incalzanti, schiaffeggianti operano squarci nella mente del lettore e mettono in vibrazione le corde del percepire emozionale. Non conoscono lo strumento della lamentazione o il tono da moralista, non dispensano formule o soluzioni. Il loro richiamo al vivere in consapevolezza porta le vesti di una grande umanità, dell’ironia, della rabbia, della tristezza, del presente. Sono pillole di poesia, consigliate per aumentare la lucidità di percezione, la consapevolezza, la resistenza, ma amare, come i farmaci efficaci. 

Iago: Il mio parere sull’uomo? Un piccolo essere capace di grandi cose, un simil-Tarzan che qualche volta urla e dice “io ci sono”.


Ivana Moser [da: La poesia di Iago vista da Ivana Moser, in http://beppe-costa.blogspot.it/search?q=iago]













CONTATTI / CONTACTS
———————————————————
FacebookCaponnetto-Poesiaperta|Facebook  
______________________________________

______________________________________





domenica 17 luglio 2016

CHI-TRUNG - VERSES EXCERPTS FROM “WINDS” / VERSI TRATTI DA “VENTI - UN POEMETTO”




Chi-Trung al MonigArt Festival 2016, tra sua moglie (a sinistra nella foto) e il poeta finlandese Ville Hytönen (a destra)


Nguyen Chi-Trung, nato in una città sulla costa del Vietnam del sud, è cresciuto a Saigon. Negli anni sessanta, grazie a una borsa di studio, si reca in Germania per studiare filosofia, matematica e meccanica applicata. Ha lavorato come ingegnere fino al 1996. Vive attualmente a Stoccarda e fa lo scrittore. Scrive sia in tedesco sia in vietnamita ed è traduttore di poesia in lingua vietnamita. Ha partecipato  a numerosi festival internazionali. Nel 2013 è uscita una raccolta dei suoi testi poetici a Saigon in sette volumi. 

In Italia, per i tipi di Samuele Editore, ha pubblicato il poemetto: VENTI (2016) 



I testi qui presentati sono appunto tratti dal libro: “VENTI - un poemetto”, traduzione e postfazione di Anna Lombardo, Prefazione di Zingonia Zingone, Samuele Editore, 2014.  





9.

Venti dei brevi e dei lunghi istanti
che cambiano la vita, che non si fa
riempire fino all’orlo. Con che cosa?
Non col nulla.
Come una noce di cocco seccata
su una spiaggia arsa,
è lì l’esistenza, semplicemente.
La nostra mente possiede un debito
da cui non può essere liberata.
Lasciamo cuore e intelletto
svanire in cenere e carbone,
con la dovuta devozione. 






21.

Venti che davvero spazzate via ogni cosa,
il rumore di mezzogiorno,
il ronzio degli intelletti inquieti,
il risucchio dei linguaggi alfabetici,
e ci fate sentire unicamente il fruscio
delle foglie essiccate di bambù
attraverso la veranda tremante
fatta di frasca e questa a sua volta
dai giorni andati composta.
Il sentiero del sangue
scorre oltre la frattura del cuore,
simile ad un blocco di legno
spezzato in due dalla scure,
mentre il grido non richiama nessuno, 
solo grida. 






26. 

Venti che sopra il volto d’acqua 
del Gange, indugiate, 
andando e venendo,
come il persistente andare e 
venire della nostra tragedia.  
A che pro questa ripetizione,
addirittura senza l’interferenza umana? 
La carne bruciata in parte, dissolta 
nell’acqua torbida dell’eternità, 
mostra adesso il totale disfacimento  
che fu dato già alla nascita. 
Molte gioie furono nel corso d’una vita. 
Lungo il percorso della nostra vita. 
Dove sono adesso  
– alla lunga rimangono quelle della carne – 
nel lungo corso dell’inesistenza? 






41.

Venti che cominciate a muovervi da spiagge
ancora davanti a noi, a spiagge
che sono dietro a noi,
dalla riva dell’oblio
alla riva dell’impensabile.
Venti d’emozioni e venti di noia.
Quanto spesso cadono le foglioline
del tamarindo nelle vecchie strade.
Quanto spesso ritornano i tempi.
E se ritornano.
Una volta soltanto o infinite volte
tu torni sulla terra, nel mondo
che non dimentichi,
come nessuno di noi di questa terra
si potrà mai più dimenticare.






45.

Venti, voi siete uno e lo stesso vento
che abita due luoghi che si dipartono
l’uno dall’altro,
che sono inerenti alle zone vicine e lontane,
della conoscenza e dell’ignoranza,
della verità e della non-verità.
La vita deve indietreggiare davanti alla poesia?
O la poesia adesso davanti alla vita?
No, ogni nostra vita non è unica,
è solo vita stessa. Non considerarla
come unica, ciò che possiedi,
gettalo ai venti,
lascia che sia effimero e sia dimenticato.
L’unicità della vita sta soltanto
nella parola che scrivi.






47.

Venti, siete solo l’esigenza del dubbio?
Lasciate quindi che queste parole siano scritte
perché sono drammatiche.
Impariamo ad amare colei che la tragedia tiene,
sebbene non sappiamo se
ne siamo meritevoli, là,
dove noi possiamo tutto.
Venti, passate oltre le vite che indugiano
soltanto tra il su e il giù delle palpebre,
oltre le vite che non vogliono essere finite.
Voi passate oltre questi tempi attraverso
la totalità dei tempi che sono quindi fuori.
Venti, voi portate l’oscurità notturna
che non-vuole-finire nel giorno glorioso
che non-vuole-finire.
La misura dell’eternità si può vivere.






48.

Venti, siete voi le parole
che sono scritte, e i significati
che sono portati nella luce umana?
Parliamo sempre dell’anima
tuttavia cosa sappiamo dell’anima,
della sua esistenza, o meglio della sua inesistenza?
Forse è solo una leggera fragranza,
appena percettibile, ma presente
dove noi non siamo, e dove non andiamo,
sempre al di fuori di noi,
dalle sue tracce terrene noi,
gli auto-addolorati,
nel nostro momento di morte,
in questo spazio di vicinanza
e lontananza, possiamo presagire.
Oh nuvole di gas che diventano carne!
Materia che diventa vita!





Il disegno di copertina è dell’Autore




Nell’autunno del 1992, in una notte di temporale e circondato dal ruggito del vento, il poeta si rinchiude in un brivido e si domanda come il suono della morte viva nel vento. L’immaginazione galoppa e Nguyen Chi Trung rovista viscere e mente; i luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all’astrattezza di quelli filosofici. Trova echi della più antica filosofia indiana (Brāhmaṇa), in cui “il soffio e il vento” sono il cardine della vita. Ma soprattutto il rimbombo della teoria astrofisica del Big Bang. A tratti nel cielo convulso scorge un movimento di astri. Movimento che sposta l’aria e con essa il destino della materia, nell’universo che è “un gas caldissimo di particelle elementari in rapida espansione.” Espansione, moto d’aria, vento. E l’uomo, anche lui materia, resta in balìa dei venti. Polvere, Nuvole, Pioggia e Luce solare, sono altri titoli di poemetti composti da questo religioso senza religione che si domanda cosa significhi veramente l’esistenza umana. Attraverso una serie d’interrogativi, Venti induce all’introspezione. Sono domande fondamentali, filosofiche, rivolte a capire il perché, il come, il quando, il da dove e il verso dove dell’uomo e di tutto ciò che lo circonda. È crudele ma possibile che l’uomo nasca e muoia su questa terra, senza mai trascendere; o forse la sua trascendenza sta nella trasformazione in altri elementi della materia, come la polvere che viene spazzata via dal vento. 
(dalla prefazione di Zingonia Zingone)

I Venti di Nguyen Chi Trung non avvisano nessuna redenzione, nessun cambiamento. Il loro soffiare passa alto sopra la nostra desolazione, i dolori e la miseria, e soprattutto la non cura che il mondo stesso ci sollecita, nel suo andare sempre uguale. Portatori di un grido che non richiama nessuno ma solo grida, nell’equilibrio ballerino della nostra esistenza. 
I versi di Nguyen Chi Trung possono, a ben ragione, dirsi esistenziali, perché è di noi che parlano, riflettono, e l’impatto con questo domandare non è immediato e intelligibile ma, proprio per questo, riescono ad attirarci in un vortice di immagini, metafore che si intersecano con il dolore del momento, riportandoci alle domande. 
La separazione, la sempre uguale esistenza che riemerge come diversa, e quindi apparentemente nuova, è lì a tenerci continuamente al passo. I Venti indicano una altezza alla quale non siamo più abituati, e alla quale il poeta si rivolge per riprendere in mano la bellezza e la forza della poesia. L’essere umano, come ci canta Nguyen Chi Trung, è fatto di poesia. Lo è davvero? Perché non ascoltarlo, allora? Che senso ha la vita senza questo sguardo poetico sul mondo, sui noi stessi, sui dolori continui che comunque sono a noi innati? 
Imparare a lasciare andare le cose, nell’incipit avverte il poeta, le cose che riempiono come zavorra il nostro modo di vivere, lasciare al carbone e alla cenere/con dovuta devozione, tutto il superfluo dei nostri rottami, pare il suo invito. Questi Venti sentiti come forza originaria, sono al di sopra di tutto, sono oltre la comprensione della nostra stessa vita, e vanno, vengono, scoperchiano il male e il bene, sono capaci di rendere le gocce d’acqua visibili, e rivelano a noi stessi, alla nostra immaginazione, che mai pensa, che non è soltanto il nostro dolore a sostenerci ma che anche noi sosteniamo il dolore. 
(dalla postfazione di Anna Lombardo)













CONTATTI / CONTACTS
———————————————————
FacebookCaponnetto-Poesiaperta|Facebook  
______________________________________

______________________________________